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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Criteri di scelta di licenziamento nel caso di ‘riduzione’ del contratto d’appalto
27
lug
2018

Quando la prestazione dedotta in un contratto d’appalto subisca una significativa contrazione che rende necessario il licenziamento di lavoratori perfettamente fungibili, la scelta dei lavoratori da licenziare è effettuata secondo precisi criteri, la cui violazione determina l’illegittimità del licenziamento (e l’applicazione della tutela indennitaria).

 

Con sentenza 25 luglio 2018, n. 19732, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del datore di lavoro condannato a reintegrare il lavoratore licenziato per il significativo ridimensionamento dell’entità della prestazione a cui sarebbe stato tenuto in qualità di appaltatore.

 

Accogliendo il ricorso, la Suprema Corte ha precisato che quando la riduzione dell’entità della prestazione dovuta dall’appaltatore induce quest’ultimo alla soppressione di posizioni lavorative destinate allo svolgimento di mansioni omogenee e fungibili, la scelta del lavoratore da licenziare non è priva di vincoli.

 

Infatti, secondo l’orientamento espresso dalla stessa Corte di Cassazione, in tale ipotesi l’individuazione del lavoratore da licenziare deve essere ispirata a regole di correttezza e, ovviamente, non realizzare fini discriminatori. La giurisprudenza ha tentato di individuare criteri obiettivi che consentano di garantire l’osservanza dei principi di correttezza e buona fede ai fini della scelta del lavoratore da licenziare; questi sono stati individuati nell’articolo 5 della Legge 23 luglio 1991, n. 223, che individua i seguenti (concorrenti) criteri di scelta: i) carichi di famiglia, ii) anzianità e iii) esigenze tecnico produttive ed organizzative.

 

Dunque, deve ritenersi illegittimo il licenziamento adottato nei confronti di un lavoratore (in posizione di piena fungibilità con altri lavoratori) senza che siano stati considerati i suindicati criteri di scelta.

 

Ferma restando l’illegittimità del licenziamento, questo non può dirsi però viziato sul piano della insussistenza del fatto postovi a base, così che non può trovare applicazione la tutela reintegratoria di cui all’articolo 18, comma 7 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, dal momento che nel caso di specie il licenziamento è da ricondurre all’accertata significativa riduzione dell’entità della prestazione dedotta nel contratto di appalto.

 

Pertanto, la Suprema Corte ha ricondotto la fattispecie in esame nell’ambito della tutela indennitaria di cui all’articolo 18, comma 5 della suddetta Legge 20 maggio 1970, n. 300, secondo cui il datore di lavoro è tenuto al pagamento di un’indennità risarcitoria omnicomprensiva compresa tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.