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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Esercizio del diritto di critica da parte del lavoratore nell’ambito di un procedimento disciplinare
03
lug
2018

Il diritto di critica esercitato dal lavoratore nell’ambito di un procedimento disciplinare esula dal dover rappresentare i fatti contestati in una prospettiva obiettiva. Non essendo condizionato dai requisiti di verità e pertinenza, si ammette che il diritto di critica esercitato dal lavoratore possa superare i limiti di continenza, senza che ciò costituisca una violazione degli obblighi contrattuali.

 

Con sentenza 22 giugno 2018, n. 16590, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un lavoratore il cui rapporto di lavoro era stato risolto dal datore di lavoro a seguito del fatto che, esercitando il diritto di difesa nell’ambito di un procedimento disciplinare condotto ai sensi dell’articolo 7 della Legge 20 maggio 1970, n. 300, il lavoratore stesso aveva espresso il proprio convincimento travalicando, sia per la veemenza dell’espressione che per gli argomenti addotti (ritenuti offensivi e mendaci), il limite di continenza di una legittima replica, appurato ciò essere neppure giustificabile in ragione del particolare contesto aziendale. Peraltro, a parere del datore di lavoro, la vicenda doveva comportare il venir meno dell’elemento fiduciario, reputato di particolare rilievo nel caso di specie, data la posizione dirigenziale ricoperta dal lavoratore.

 

Come anticipato, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del lavoratore, precisando che è ammesso che nell’ambito di un procedimento disciplinare il diritto di difesa superi ‘i limiti della continenza sostanziale, nel senso della corrispondenza dei fatti a verità, sia pure non assoluta ma soggettiva, e formale, nel senso della misura nell’esposizione dei fatti’.

 

Dunque, non costituisce illecito disciplinare l’attribuzione al proprio datore di lavoro - mediante uno scritto difensivo - di atti o fatti che, pur non rispondenti al vero, siano concernenti in modo diretto ed immediato l’oggetto della controversia, ancorché siano formalizzati con espressioni sconvenienti od offensive.

 

Secondo il convincimento della Suprema Corte ‘l’esercizio del diritto di difesa (…) non è affatto condizionato dai requisiti di verità, continenza e pertinenza, requisiti che invece attengono all’esercizio di ben diverso diritto (quello di cronaca) e servono a scriminare eventuali profili di diffamazione’; ‘il diritto di critica non si risolve, come quello di cronaca, nella narrazione veritiera di fatti, ma si esprime mediante un giudizio o un’opinione su cose o persone, opinione che, proprio perché tale, non può essere rigorosamente valutata in termini di verità e obiettività’. Infatti, detto diritto, se esercitato nell’ambito di un procedimento disciplinare, resta estraneo all’alternativa vero-falso, essenziale, invece, nell’esercizio del diritto di cronaca.