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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Esercizio dell’opzione per l’indennità sostitutiva in luogo della reintegrazione nel posto di lavoro
26
giu
2018

Il lavoratore ha facoltà di optare per l’indennità sostitutiva pari a quindici mensilità in luogo della reintegrazione nel posto di lavoro anche quanto questa sia stata decisa dal giudice non con sentenza, bensì con ordinanza nell’ambito del rito ‘Fornero’.

 

Con sentenza 18 giugno 2018, n. 16024, la Corte di Cassazione ha stabilito che il lavoratore può optare per l’indennità sostitutiva pari a quindici mensilità della retribuzione globale di fatto in luogo della reintegrazione anche quando questa sia disposta per effetto di un’ordinanza.

 

Come noto, l’articolo 18, comma 3 della Legge 20 maggio 1970, n. 300 prevede che ‘fermo restando il diritto al risarcimento del danno (…), al lavoratore è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale’.

 

La Suprema Corte ha precisato che l’ordinanza di reintegrazione pronunciata ai sensi dell’articolo 1, comma 48 della Legge 28 giugno 2012, n. 92 è equipollente ad una sentenza ai fini dell’esercizio della suddetta opzione da parte del lavoratore, a nulla valendo, in tal senso, il dettato di cui al richiamato articolo 18, comma 3 della Legge 20 maggio 1970, n. 300 nella parte in cui stabilisce che ‘la richiesta dell’indennità deve essere effettuata entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza’.

 

Infatti, il contenuto dell’ordinanza ‘è del tutto sovrapponibile a quello reso con sentenza all’esito di un giudizio di cognizione ordinaria (…) ed è dotato di efficacia esecutiva’; peraltro, l’ordinanza pronunciata ai sensi dell’articolo 1, comma 50 della richiamata Legge 28 giugno 2012, n. 92, non può essere sospesa o revocata fino alla pronuncia della sentenza con cui il giudice definisce il giudizio di opposizione.

 

L’ordinanza ha quindi ‘natura semplificata e non cautelare in senso stretto, non riferendosi la sommarietà anche alla cognizione del giudice’.

 

Come un consolidato orientamento giurisprudenziale ha esteso per via analogica la praticabilità dell’opzione di cui al citato articolo 18, comma 3 della Legge 20 maggio 1970, n. 300 all’ipotesi di un provvedimento di reintegrazione emesso a conclusione di un procedimento avviato ai sensi dell’articolo 700 del codice di procedura civile, così la Suprema Corte è persuasa del fatto che l’opzione in parola possa essere certamente esercitata anche alla luce di un’ordinanza emanata nell’ambito del rito ‘Fornero’ di cui all’articolo 1, commi 47 e seguenti della Legge 28 giugno 2012, n . 92.