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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Indennità sostitutiva di vitto – Chiarimenti
11
mag
2020

Con risposta ad interpello 24 aprile 2020, n. 122 l’Agenzia delle Entrate (AdE) ha avuto modo di chiarire a quali condizioni l’indennità sostitutiva della somministrazione del vitto erogata dal datore di lavoro al lavoratore non concorra alla formazione del reddito da lavoro dipendente ai sensi dell’articolo 51, comma 2, lettera c) del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR).

 

In particolare, è stato demandato all’AdE se il rimborso effettuato dal datore di lavoro al lavoratore per le spese di vitto da quest’ultimo sostenute quotidianamente e comprovate mediante il caricamento del documento fiscale relativo all’acquisto su una apposita piattaforma digitale, possa qualificarsi come i) indennità sostitutiva della somministrazione vitto ovvero ii) somministrazione di pasti in forma di ‘mensa diffusa’.

 

Come noto, non rilevano ai fini IRPEF:

a)    le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro e quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi;

b)    le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto, fino all’importo complessivo giornaliero di 4 euro, aumentato a 8 euro nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica;

c)    le indennità sostitutive delle somministrazioni di vitto, corrisposte agli addetti ai cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione, fino all'importo complessivo giornaliero di 5,29 euro.

 

Tuttavia, le indennità sostitutive delle somministrazioni di vitto (lettera c) non concorrono alla formazione del reddito imponibile sino all’importo giornaliero di 5,29 euro ove siano contemporaneamente rispettate le seguenti condizioni (Ministero Finanze del 30 marzo 2000, n. 41):

 

  • le stesse siano offerte alla generalità dei lavoratori o a categorie omogenee di essi;
  • sia stabilito un orario di lavoro che consenta al lavoratore di fruire della pausa pranzo;
  • il lavoratore sia addetto ad una unità produttiva, sono esclusi, quindi, coloro che non sono stabilmente assegnati ad una ‘unità’ intesa come sede di lavoro;
  • l’unità sia ubicata in un luogo che, in relazione al periodo di pausa concesso per il pranzo, non consenta al lavoratore di recarsi, senza l’utilizzo di mezzi di trasporto, al più vicino luogo di ristorazione.

 

Nell’ipotesi in cui difetti uno dei requisiti sopra elencati, le somme concorrono alla formazione del reddito da lavoro dipendente nella loro totalità.

 

Con riferimento al servizio di ‘mensa diffusa’, gli esercizi pubblici (a titolo esemplificativo, ristoranti e bar) possono essere qualificati come mense aziendali ovvero servizi sostitutivi di mensa aziendale a condizione che il datore di lavoro abbia stipulato con suddetti esercizi specifiche e preventive convenzioni.

 

Ove tale convenzione non sia stata stipulata dalle parti, le somme corrisposte dal datore di lavoro al lavoratore a titolo di rimborso sono anch’esse imponibili nella loro totalità ai fini IRPEF.