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POSTATO DA Arlati Ghislandi
La sottoscrizione della busta paga non prova l’effettivo pagamento della retribuzione
13
set
2018

La sottoscrizione della busta paga da parte del lavoratore all’atto della consegna della stessa non implica, in maniera univoca, l’effettivo pagamento della retribuzione nella misura indicata nel prospetto consegnato; è quindi ammesso l’accertamento dell’insussistenza del carattere di quietanza della suddetta sottoscrizione.

 

Con ordinanza 6 settembre 2018, n. 21699, la Corte di Cassazione ha confermato un principio già enunciato in forza del quale l’obbligo di consegna al lavoratore subordinato del prospetto contenente gli elementi costituivi della retribuzione non costituisce di per sé prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione stessa. Dunque, la sottoscrizione da parte del lavoratore di detti prospetti al momento della consegna non preclude la possibilità che egli contesti la corrispondenza alla retribuzione effettivamente corrisposta dal datore di lavoro, al quale spetta provare i pagamenti effettuati.

 

Dunque, ‘non esiste una presunzione assoluta di corrispondenza della retribuzione percepita dal lavoratore rispetto a quella risultante dai prospetti paga ed è sempre possibile l’accertamento della insussistenza del carattere di quietanza anche delle sottoscrizioni eventualmente apposte dal lavoratore sulle buste paga’.

 

Fermo restando quanto sopra, la Suprema Corte ha altresì precisato:

-        come ‘l’accettazione senza riserve della liquidazione da parte del lavoratore al momento della risoluzione del rapporto può assumere, in presenza di altre circostanze precise, concordanti ed obiettivamente concludenti, l’intenzione di accettare l’atto risolutivo’;

-        che ‘soltanto la sottoscrizione effettuata dal lavoratore sui documenti fiscali relativi alla sua posizione di lavoratore subordinato costituisce quietanza degli importi ivi indicati come corrisposti da parte del datore di lavoro, ed ha il significato di accettazione del contenuto delle dichiarazioni fiscali e di conferma dell’esattezza dei dati ivi riportati’.

 

Nel caso di specie, la Corte ha condannato il datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive pretese dal lavoratore non avendo fornito prova circa gli effettivi pagamenti eseguiti in favore del lavoratore stesso.