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POSTATO DA Arlati Ghislandi
La sottrazione di file aziendali configura il reato di appropriazione indebita
20
apr
2020

Nel caso in cui il lavoratore restituisca al datore di lavoro il computer aziendale (o altro dispositivo informatico) formattato, cancellando e copiando – anche solo in parte – i dati ivi contenuti su un dispositivo personale, può essere ritenuto responsabile del reato di appropriazione indebita, previsto e punito dall’articolo 646 c.p.

I dati informatici, in considerazione della loro struttura fisica, misurabilità delle dimensioni e trasferibilità, devono essere considerati cose mobili, ai sensi del codice penale.

 

Infatti, i file, pur non potendo essere materialmente recepiti dal punto di vista sensoriale:

a)    possiedono una dimensione fisica costituita dalla grandezza dei dati che li compongono, esistendo una unità di misurazione della capacità degli stessi di contenere dati;

b)    possono essere trasferiti da un supporto informatico ad un altro, mantenendo le proprie caratteristiche strutturali, così come possono essere trasmessi attraverso la rete internet, ovvero possono essere ‘custoditi’ in ambienti ‘virtuali’ (corrispondenti a luoghi fisici in cui gli elaboratori conservano e trattano i dati informatici);

c)    possiedono un valore patrimoniale.

Tali caratteristiche integrano gli estremi delle condotte di i) sottrazione ed ii) appropriazione tipiche del reato di appropriazione indebita.

 

(Corte di Cassazione, sentenza 10 aprile 2020, n. 11959)