27 novembre 2018 - TFR: aggiornato il coefficiente di rivalutazione per il mese di Ottobre 201809 novembre 2018 - Rottamazione-ter: disponibili i modelli sul sito dell'Agenzia delle Entrate05 novembre 2018 - Agenzia delle Entrate-Riscossione: attivo il servizio "SALTA FILA" per i contribuenti26 ottobre 2018 - Apprendistato duale: accordo della Regione Veneto per artigianato e PMI17 settembre 2018 - Crollo ponte Morandi: il MEF sospende gli adempimenti tributari06 settembre 2018 - Privacy: pubblicato in GU il decreto attuativo del GDPR24 agosto 2018 - Ministero del lavoro: rivalutate le prestazioni economiche per danno biologico da Luglio 201821 agosto 2018 - INAIL: rivalutazione dell'assegno di incollocabilità dal 1°Luglio 201803 agosto 2018 - INL/Regione Lazio: sottoscritto un protocollo su monitoraggio e verifica dei tirocini25 luglio 2018 - Applicabilità ai lavoratori autonomi del principio di ‘sterilizzazione’ dei contributi ‘dannosi’

POSTATO DA Arlati Ghislandi
Lavoro in orario notturno – Recente orientamento con riguardo alla lavoratrice gestante o madre
21
set
2018

Una recente sentenza della Corte di Giustizia europea sancisce il diritto della lavoratrice gestante, puerpera o in periodo di allattamento ad astenersi per ragioni connesse alla tutela della salute e sicurezza dallo svolgimento di lavoro a turni svolto, anche solo parzialmente, in orario notturno.

 

Con sentenza 6 settembre 2018, C-41/17, la Corte di Giustizia europea ha stabilito che la Direttiva 92/85/CEE del Consiglio del 19 ottobre 1992 di attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamentotrova certamente applicazione anche nei confronti della lavoratrice tenuta all’osservanza di turni di lavoro articolati in modo tale che l’attività di lavoro è svolta parzialmente in orario notturno.

 

Infatti, secondo il convincimento della Corte di Giustizia, la citata direttiva deve essere interpretata in modo che possa essere considerata lavoratrice notturna anche la lavoratrice che svolga solo una parte della propria attività di lavoro in un periodo notturno.

 

Una diversa interpretazione svuoterebbe di senso il complesso normativo posto a tutela della lavoratrice interessata (che ‘potrebbe essere esposta a un rischio per la salute o per la sicurezza, con conseguente notevole riduzione della protezione di cui essa ha diritto di beneficiare’) e contrasterebbe con le finalità della direttiva stessa, che, considerata la vulnerabilità e l’esposizione a rischi specifici di tali lavoratrici, mira a garantire il funzionamento di un idoneo sistema per la protezione della sicurezza e della salute, senza che queste siano svantaggiate sul mercato del lavoro e non sia pregiudicato il principio di uguaglianza di trattamento tra uomini e donne.

 

Perché le tutele previste dalla direttiva in esame possano dispiegare i propri effetti, è necessario che la lavoratrice interessata presenti un certificato medico, affinché, ove possibile, il datore di lavoro proceda all’assegnazione ad un lavoro diurno oppure sia disposta la dispensa dal lavoro.

 

La Corte di Giustizia ha altresì precisato che la mancata o inadeguata valutazione dei rischi specifici da parte del datore di lavoro ‘deve essere considerato un trattamento meno favorevole riservato ad una donna per ragioni collegate alla gravidanza o al congedo per maternità (…) e costituisce quindi una discriminazione diretta fondata sul sesso’. Infatti, nel caso di specie una congrua valutazione dei rischi deve necessariamente contemplare un esame specifico ‘che tenga conto della situazione individuale della lavoratrice interessata, al fine di determinare se la salute o la sicurezza di quest’ultima o quelle del suo bambino siano esposte a un rischio’.

 

E’ indubbio che il lavoro notturno possa avere ripercussioni notevoli sulla salute delle donne gestanti, puerpere o in periodo di allattamento e la lavoratrice potrebbe non essere in grado di effettuare turni irregolari o serali o di lavoro notturno, così che è necessario che il datore di lavoro esamini attentamente la situazione individuale esistente e, in base a risultanze documentate, adotti le misure più opportune. ‘La mancanza di un simile esame configurerebbe un’ipotesi di trattamento meno favorevole riservato a una donna per ragioni collegate alla gravidanza o al congedo per maternità (…) e costituirebbe una discriminazione diretta fondata sul sesso’.

 

Ai fini dell’accertamento dell’eventuale realizzazione di una condotta discriminatoria da parte del datore di lavoro sarebbe sufficiente che la lavoratrice interessata producesse - dinanzi al giudice o a qualsiasi altro organo competente – ‘fatti o elementi di prova atti a indicare che la valutazione dei rischi associati al suo posto di lavoro non ha incluso un esame specifico che tenesse conto della sua situazione individuale’.