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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Licenziamento collettivo – Precisazioni sul criterio dei carichi di famiglia
10
ago
2018

Con sentenza 2 agosto 2018, n. 20464, la Corte di Cassazione ha offerto, in tema di licenziamento collettivo, un’interpretazione dell’articolo 5 della Legge 23 luglio 1991, n. 223 che evidenzia come il criterio dei carichi di famiglia debba essere valutato per la sua effettività.

 

Come noto, la citata disposizione stabilisce, con riferimento ai criteri di scelta, che i lavoratori da licenziare siano individuati in relazione alle esigenze tecnico produttive ed organizzative del complesso aziendale e nel rispetto dei criteri dedotti nell’accordo raggiunto con le rappresentanze sindacali a conclusione dell’esame congiunto ovvero, in mancanza dell’anzidetto accordo, nel rispetto dei seguenti concorrenti criteri:

a)    carichi di famiglia;

b)    anzianità;

c)    esigenze tecnico produttive ed organizzative.

Con riguardo al criterio di cui alla lettera a), la Suprema Corte ha considerato immune da censure il convincimento del giudice di merito che ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento di una lavoratrice nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo in ragione del fatto che il datore di lavoro non ha tenuto in debito conto l’effettiva composizione del nucleo familiare di cui avrebbe dovuto avere conoscenza, pur in mancanza di una apposita comunicazione o altra documentazione presentata della lavoratrice, alla luce dei periodi di congedo di maternità e parentali fruiti dalla stessa.

La Corte di Cassazione ha precisato come il criterio dei ‘carichi di famiglia’ abbia la funzione precipua di individuare i lavoratori ‘meno deboli socialmente’, avendo riguardo ‘alla situazione economica effettiva della situazione familiare dei singoli lavoratori, che non può limitarsi alla semplice verifica del numero delle persone a carico da un punto di vista fiscale’. Infatti, un’interpretazione del criterio di scelta in esame che fosse meramente fondata sulla disciplina fiscale, sarebbe certamente riduttiva poiché non sarebbe adatta a individuare l’effettivo fabbisogno economico della situazione familiare.

Secondo l’orientamento espresso dalla Suprema Corte, un comportamento improntato a correttezza e buona fede impone di considerare la ‘reale situazione familiare del dipendente, (…) a prescindere da una espressa comunicazione ad hoc del lavoratore’.

La normativa vigente non impone al datore di lavoro di svolgere al riguardo particolari indagini (per la conduzione delle quali non disporrebbe neppure dei necessari poteri autoritativi), ma d’altra parte non possono essere trascurate circostanze rilevanti di cui il datore di lavoro stesso sia venuto a conoscenza, come nel caso in cui la lavoratrice o il lavoratore interessati abbiano fruito di un periodo di congedo di maternità o paternità od ancora parentale.