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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Risarcimento del danno non patrimoniale nel caso di violazione delle norme vigenti in materia di trattamento dei dati personali
15
giu
2018

Il datore di lavoro che vìoli le prescrizioni in materia di trattamento dei dati personali è tenuto al risarcimento del danno non patrimoniale sofferto dal lavoratore interessato e stabilito dall’organo giudicante in via equitativa, anche sulla base di presunzioni semplici.

 

Con ordinanza 4 giugno 2016, n. 14242, la Corte di Cassazione ha giudicato infondato il ricorso di un datore di lavoro che, disponendo il trasferimento di un lavoratore, aveva reso note, in violazione del diritto alla riservatezza dell’interessato, le ragioni poste a fondamento del provvedimento (consistenti nel coinvolgimento del lavoratore in un’indagine che aveva comportato la perquisizione personale, domiciliare e locale).

 

La comunicazione diffusa dal datore di lavoro, seppure finalizzata a garantire la corretta esecuzione del rapporto di lavoro, ha cagionato un danno al lavoratore.

 

Per gli effetti dell’articolo 15 del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, chiunque cagioni un danno per effetto del trattamento dei dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’articolo 2050 del codice civile, ‘con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati’; sul soggetto al quale è attribuita la responsabilità del danno lamentato dall’interessato grava l’onere di i) provare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno stesso o ii) dimostrare che trattasi di un danno irrilevante o altrimenti iii) provare che dal trattamento dei dati è derivato per l’interessato un vantaggio.

 

I diritti dell’interessato in tema di protezione dei dati personali assumono, sia con riferimento al D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196 che al Regolamento (UE) 2016/679 del 27 aprile 2016 (GDPR), rilievo tale da comportare l’inversione dell’onere della prova. Peraltro, ‘il danno maggiormente connaturato all’illecito trattamento è proprio quello non patrimoniale, sicché il non avere adottato le misure idonee ad evitarlo si rivela in sostanza come una violazione delle regole di correttezza e di liceità le quali sono finalizzate a bilanciare la libertà di chi tratta i dati con la preservazione della sfera del danneggiato’.

 

Al giudice è dunque affidata la quantificazione del danno non patrimoniale in via equitativa anche sulla base di presunzioni semplici, essendo sufficiente che sia presumibile che la condotta lesiva dei diritti dell’interessato abbia provocato, come nel caso di specie, ‘un senso di forte turbamento e vergogna’.