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POSTATO DA Arlati Ghislandi
Trasferimento illegittimo e rifiuto del lavoratore a svolgere la prestazione di lavoro
18
mag
2018

Con sentenza 11 maggio 2018, n. 11408, la Corte di Cassazione ha stabilito, in tema di trasferimento del lavoratore ai sensi dell’articolo 2103 del codice civile, il principio secondo il quale la carenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive legittima il rifiuto del lavoratore ad eseguire la prestazione lavorativa solo quando, considerate le concrete circostanze, esso non risulti contrario a buona fede.

Dunque, nel caso di trasferimento illegittimo del lavoratore, il rifiuto di questi a svolgere la propria prestazione non è automaticamente ammissibile; infatti, la nullità del provvedimento di trasferimento, configurabile quale inadempimento parziale del datore di lavoro, esonera il lavoratore dall’obbligo di prendere servizio presso la nuova sede di lavoro, ma non giustifica di per sé il rifiuto integrale di svolgere la prestazione di lavoro poiché devono essere comunque contemperati, secondo buona fede, le posizioni e gli interessi di entrambe le parti.

Pertanto, il rifiuto del lavoratore a prestare l’attività di lavoro non può essere arbitrario, ma deve poter essere giudicato ‘equivalente’ e proporzionato rispetto all’inadempimento (parziale) del datore di lavoro. Tale valutazione non può che essere condotta preservando un complessivo equilibrio contrattuale e, quindi, considerando le concrete circostanze che, per quanto concerne il lavoratore, non sono di natura esclusivamente patrimoniale, ma anche connesse a fondamentali esigenze di vita.

Se alla luce di una valutazione comparativa degli opposti inadempimenti (cioè da una parte l’illegittimo trasferimento e dall’altra l’arbitrario rifiuto a rendere la prestazione) l’equilibrio contrattuale non risultasse rispettato, il datore di lavoro potrà invocare la contrarietà al principio di buona fede della condotta del lavoratore.